Rainsun

Description:

STATISTICHE


FOR: , DES: , COS: , INT: , SAG: , CAR:

Attacco Base: , Lottare:
Iniziativa:
Talenti:
Abilità:
Linguaggi:
Punti Azione: 5 (1d6)


DIFESA


AC: , Contatto: Sorpresa:
pf:
Tem: Rif: Vol:


ATTACCO


Velocità: 9mt
Corpo a corpo:
A distanza :
Incantesimi :

Bio:

La luce calda delle candele, riflessa sui profili candidi del marmo. Credo sia il mio primo ricordo di bambina. Mia madre, quando poteva, si faceva portare a casa blocchi di pietra candida e scolpiva. O quantomeno lo faceva nei momenti liberi. Una bambina che si trasforma in un castello: le mani protese al cielo mutavano piano in torri, le dita in sentinelle di guardia, i lembi della veste in mura. Una donna che cambia in un leone di montagna: nel gesto di saltare verso l’alto, i piedi prendono sembianze di possenti zampe su cui si inanellano tralci d’edera. Mi piaceva osservarle, mamma diceva che erano proprio come noi: un istante mai fisso nel tempo, in continuo divenire. Un fiume che scorre.

Ho imparato a suonare e cantare ascoltando i cantastorie nelle taverne. Noi andavamo lì a lavorare, proprio come loro. Mamma Lib e papà Tzu scorrevano veloci tra le persone, io ero minuta, arrivavo bene alle loro tasche e mi sentivo tanto orgogliosa quando potevo mostrare ai grandi i piccoli tesori raccolti. “Così va il mondo, ognuno ruba ad altri, a suo modo, non c’è nulla di strano” dicevano. Non avevo motivo di non crederlo, allora, e nel frattempo passavo ore ad ascoltare di paesi lontani, draghi, re e regine, audaci cavalieri e mari sconfinati, che poi sognavo non appena l’alba si alzava e i miei occhi si chiudevano, esausti. Il mio primo liuto è arrivato proprio così: dimenticato da un menestrello, in un certo senso troppo preso dal sidro speziato per ricordare la sua mercanzia. Gli diedi un nome, immediatamente: in ogni leggenda degna di rispetto gli oggetti di potere avevano un nome e il mio divenne Sussurro di Vento.

Stavo accordando Sussurro, quella notte, quando sentii le voci fuori dalla casa. Pensai che fossero quelli “di sopra”, i suoi veri abitanti, la famiglia che osservavo di quando in quando, di nascosto, da sotto le assi del pavimento, ma mi sbagliavo. C’erano anche loro, sì, ma erano muti, nell’aia, e indicavano il seminterrato, il nostro nido, a una folla inferocita di persone. Gridavano all’unisono una sola parola, “ladri”, che poi, come fa ogni cosa, si mutò nel crepitio delle fiamme, poi di nuovo in parola, “morte”, poi in grida, poi in schianti, poi fumo e urla, e la materia iniziò a cambiare così rapidamente che gli occhi e la mente non riuscirono a tenere conto delle sue evoluzioni, dello scorrere del tempo. I secondi in ore, i giorni in istanti, i rapidi passi di corsa nel bosco in sonni stravolti e distratti, il sangue in sudore, le lacrime in salti.

Fu così che arrivammo qui, mia madre, mio fratello Zaf e io, e nel cangiare dei tempi e della storia mio padre restò indietro, appeso a una forca, nella stasi della morte e nel divenire del termine della vita. Mamma abbandonò la via, scelse la stasi: il suo ultimo cambiamento. Trasformò Zaf in Zafroyn e Rai in Rainsun e divenimmo stanziali. Non per molto: nel mio sangue sento ribollire il cambiamento. Il vento sta mutando, la foresta mormora di un universo da scoprire e di canzoni da raccontare. Io sono una, cento e nessuna ed è ancora il tempo di trascendere.

Rainsun

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